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Tax credit cinema e audiovisivo 2021. Tutte le novità del bando MIBAC

Con il decreto tax credit per imprese di produzione cinematografiche e audiovisiva 2021, il Mibac adegua
il beneficio all’emergenza Covid, ammettendo videoclip e opere diffuse su piattaforme digitali.

E’ di prossima emanazione il decreto ministeriale che disciplinerà per l’anno in corso l’accesso alle misure
agevolative per il settore cinematografico, audiovisivo, televisivo e web, attualmente al vaglio della Corte
dei Conti. Ancora una volta, l’ammissione al beneficio verrà consentito alle imprese aventi sede legale nello
spazio economico europeo, soggette a tassazione in Italia e con una capitale sociale ed un patrimonio netto
non inferiore a quarantamila euro, purchè in regola con gli obblighi previdenziali, previdenziali ed
assicurativi e non costituite in forma di associazioni culturali e fondazioni senza scopo di lucro, nonché in
possesso del codice Ateco J 59.1.

La concessione del credito di imposta, previsto in misura variabile dal 15 al 40 percento del costo
complessivo di produzione dell’opera audiovisiva per la quale viene richiesto, tiene conto per la prima volta
anche delle opere audiovisive destinate al pubblico per mezzo di un fornitore di servizi audiovisivi lineari
ed a richiesta. Questa previsione, che si aggiunge a quelle tradizionali riguardanti le opere cinematografiche
propriamente dette e quelle audiovisive destinate alla diffusione tramite il mezzo televisivo o web, si è resa
indispensabile per far fronte alla crisi del settore cinematografico coincisa con le chiusure delle sale e la
conseguente impossibilità di far uscire le nuove opere attraverso i canali tradizionali, con la conseguente
necessità di ricorrere in massima parte alle piattaforme on-demand e streaming per far sì che le nuove
opere arrivino comunque al pubblico.

Analogamente, è prevista l’ammissione al beneficio anche per le opere di ricerca e formazione, purchè
rispondano al requisito congiunto di essere state diffuse al pubblico sia in rassegne e concorsi
internazionali di livello primario che mediante fornitori di servizi media audiovisivi lineari ovvero a
richiesta.

Per la prima volta poi sono stati inclusi nella fruizione del tax credit i videoclip, anch’essi purchè diffusi al
pubblico tramite fornitori di servizi media audiovisivi lineari ovvero a richiesta.
Ulteriore novità, anche questa necessitata dall’emergenza epidemiologica, consiste nell’aver previsto che le
spese sostenute durante la realizzazione dell’opera per far fronte all’emergenza sanitaria diano diritto ad
un credito di imposta pari al 100% del loro ammontare, almeno fino ad importo di quattrocentomila euro
per opera, mentre alle eventuali eccedenze rispetto a tale importo vengano applicate le aliquote previste
per gli altri costi eleggibili riferiti alla produzione della medesima opera.

Da ultimo, in deroga al criterio del completamento dell’opera quale requisito necessario per l’approvazione
definitiva del tax credit, è stato disposto che l’interruzione irreversibile dell’opera a causa dell’emergenza
epidemiologica non comporti la decadenza dal riconoscimento del credito, pur se entro il limite
dell’importo dei costi eleggibili effettivamente sostenuti e pagati sino al momento dell’interruzione forzata.

Come già per gli anni precedenti, la richiesta di tax credit presuppone la richiesta di nazionalità italiana
provvisoria ed il possesso dei requisiti di eleggibilità culturale. La domanda dovrà essere presentata
attraverso il portale della DGCinema, tramite gli appositi moduli che il Ministero provvederà a predisporre
entro trenta giorni dalla pubblicazione del D.M. tax credit.

Una volta raggiunto il limite annuo di risorse disposto in riferimento a ciascuna delle tipologie di credito di imposta previste, l’acceso al sistema verrà disattivato, con conseguente impossibilità di presentazione delle domande successive.

Per ulteriori informazioni, per assistenza e consulenza nell’ambito della richiesta di tax credit è possibile inviare un’email all’indirizzo info@ralianconsultancy.com

Le Foreign-trade Zones: Lo strumento degli USA per la promozione del Commercio estero

Le Foreign-trade Zones: Lo Strumento Degli USA Per La Promozione Del Commercio Estero

 In base al World Investment Report 2019 della United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), esistono nel mondo circa 5.400 Zone Economiche Speciali variamente denominate. La maggior parte di esse è localizzata in Paesi in via di sviluppo ed in transizione,  in particolare in Asia e nell’estremo Oriente.

Per quanto riguarda le ZES esistenti nelle economie dei Paesi sviluppati, la loro connotazione prevalente consiste nella presenza di agevolazioni di carattere doganale di natura sospensiva, ossia per esempio, nel caso di merci importate nelle predette zone, fino alla loro immissione in libera pratica, non si applicano i dazi, l’Iva per destinazione e gli altri tributi doganali fino ad allora sospesi. Il numero maggiore di tale tipologia di zone si trova  negli Stati Uniti dove esse assumono la denominazione di Foreign-Trade Zones (FTZ).
La presenza di ulteriori agevolazioni di carattere fiscale attribuisce loro una valenza che in termini di economia globale altrimenti non avrebbero.
Tale circostanza è riscontrabile in pochissimi Paesi dell’Unione Europea, fra i quali la Polonia, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia.
Le FTZ sono zone franche doganali, sotto la vigilanza doganale degli Stati Uniti, considerate (al pari di quanto avviene in situazioni analoghe nell’Unione Europea), attraverso una fictio iuris come situate al di fuori del territorio doganale statunitense ai fini dell’obbligazione daziaria.
La finalità per la quale queste zone sono state istituite è incoraggiare il ricorso alle imprese nazionali rispetto a quelle straniere per le fasi di produzione e distribuzione dei prodotti. I benefici previsti nelle FTZ consistono in sgravi dalle tariffe e dagli altri oneri amministrativi doganali che, altrimenti penalizzerebbero la competitività delle imprese statunitensi rispetto alle imprese estere. E’ possibile che ogni Free Trade Zone istituisca a loro volta Sottozone: attualmente ne sono censite circa 500.
Come previsto dalla normativa attualmente vigente per le ZES in Italia, le FTZ sono situate nei porti doganali in entrata o nei territori limitrofi, e costituiscono il modello americano di quelle che comunemente sono denominate Free Trade Zones.
La fonte normativa è il Foreign – Trade Zones Act del 18 giugno 1934, come modificata dal Designation of Enterprise Zones, L. 102–550, 1992 e dal Regulations of the Foreign-Trade Zones Board, 15 CFR Part 400, 2012.
Attualmente delle 262 Foreign-Trade Zones autorizzate, sono operative 195, come risulta dai dati ufficiali dell’ 80th Annual Report of the Foreign-Trade Zones Board – 2018, presentato al Congresso degli Stati Uniti nel novembre 2019.
La presenza delle FTZ ha garantito il lavoro per oltre 440.000 persone, impiegate in circa  3.300 imprese che hanno fatto ricorso alle FTZ per le loro attività aziendali, per un totale di operazioni commerciali del valore di 793 miliardi di dollari, con una tendenza in aumento rispetto all’anno precedente. In particolare, l’attività della FTZ registra un aumento significativo in termini di scambi commerciali sia domestici sia esteri, con un differenziale positivo di 124 miliardi di dollari dal 2017.
Di questi, circa il 63% ha riguardato attività di produzione, per un fatturato di circa 504 miliardi di dollari, mentre il restante 37% ha riguardato operazioni di magazzino e di distribuzione.
Bisogna rimarcare che le FTZ non sono progettate esclusivamente per le merci straniere. In realtà, le merci nazionali hanno un’incidenza positiva importante nell’attività propria delle FTZ.
I settori produttivi  maggiormente rappresentati riguardano il comparto automotive, quello petrolifero, elettronico, farmaceutico dei macchinari e delle attrezzature.
Le principali agenzie federali che sovrintendono allo sviluppo del programma delle Foreign-Trade Zones sono il Foreign-Trade Zones Board del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, nonché le Dogane e la Polizia di Frontiera degli Stati Uniti (CBP).

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